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giovedì 2 Luglio 2020

Impressionismo: luce, impressione e rapidità

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L’impressionismo si sviluppa in modo completamente diverso rispetto a tutti i movimenti artistici precedenti.
Consiste in una pittura veloce, dove bisogna rinunciare alla precisione e di conseguenza anche al disegno e alla prospettiva.
I vari aderenti provenivano da formazioni culturali ed esperienze artistiche differenti fra loro e tra le più disperate.

Un gruppo di giovani artisti che avevano in comune l’avversione per la pittura accademica, iniziarono a vedersi in un locale parigino a partire dagli anni Sessanta del XIX secolo.
Se inizialmente poteva essere un incontro assolutamente casuale divenne in seguito un appuntamento settimanale e giornaliero.
Il caffè, quindi, diventava luogo privilegiato di incontro e di confronto non solo di artisti in cerca di affermazione e visibilità, ma anche di letterati, intellettuali, critici e collezionisti.

Il tema più importante per questi artisti è il continuo tentativo di ricercare l’impressione vera cogliendo la sostanza delle cose, a partire dalle proprie sensazioni.
Viene proposto un accostamento di pennellate di colore puro, tendenti a restituire a chi osserva la sensazione totale del soggetto.

Quello della luce è un altro aspetto fondamentale. La luce infatti determina la percezione dei vari colori e l’esperienze quotidiana insegna che ogni colore appare più o meno scuro in relazione alla quantità di luce che lo colpisce e alla presenza o meno di altri colori che ne esaltino o ne smorzino la vivacità, cercando di cogliere l’attimo fuggente.

Le pennellate non sono più studiate come avveniva nella pittura accademica, ma veloci virgole di colore puro date di impulso. I pittori impressionisti preferivano dipingere “en plein air” cioè all’aria aperta, dove erano totalmente immersi nella realtà per dipingere il dato naturale.
Questa è la prima grande rottura nei confronti delle accademie, dove i pittori desideravano tornare alle origini (privitivismo) ossia la capacità di togliersi da tutto escludendo cultura e contesto in modo da non farsi condizionare.

Gli impressionisti sono i cantori della Parigi di quel tempo che avevano grossi problemi economici e utilizzavano le loro opere come moneta per acquistare tele o colori. Conservano il tempo nelle loro opere, documentando lo scorrere e il cambiamento del tempo durante la giornata.

La scienza e la tecnologia erano in continua evoluzione. Gli studi e gli esperimenti ottici condotti da Michael Eugène Chevreul e da James Clerk Maxwell, sono da considerarsi la base delle nuove teorie della propagazione della luce e della percezione dei colori.
L’invenzione della fotografia (1839) e le prime ricerche sulla cinematografia, invece, vincolarono gli artisti a riesaminare il proprio ruolo di fronte alla rappresentazione della realtà. Nasce una nuova consapevolezza visiva.

I colori a olio in tubetto furono disponibili grazie ai progressi della chimica, maneggevoli e immediati da utilizzare. Senza di essi questo tipo di pittura non sarebbe potuta esistere.

L’invenzione della fotografia fu un argomento di spicco tra gli impressionisti, perchè spesso si servivano di materiale fotografico per realizzare le loro opere, in modo da cogliere dettagli che l’occhio umano può non essere sempre in grado di percepire. I temi trattati nelle loro opere spesso catturavano la natura o i luoghi in cui questi pittori dipingevano o si incontravano. Rappresentavano, inoltre, i bassi fondi delle città.

Impressionismo: luce, impressione e rapidità
Claude Monet Impressione,
sole nascente – olio su tela 1872

La prima mostra impressionista

Se fosse necessario dare una data precisa di inizio del movimento impressionista sarebbe il 15 aprile 1874, quando alcuni giovani artisti (tra cui Claude Monet, Edgar Degas, Paul Cézanne, Giuseppe De Nittis), le cui opere erano state ripetutamente rifiutate dalle principali esposizioni universali, i Salons, decisero autonomamente di organizzare una mostra alternativa dei loro lavori.

Si presentarono al pubblico con il nome di “Società anonima degli artisti, pittori, scultori, incisori, ecc” e l’unica sede espositiva adatta alle loro magre finanze era quella messa a disposizione da Felix Nadar, fotografo, ritrattista di personaggi illustri dello spettacolo e dell’arte, che cedette loro gratuitamente i locali del vecchio studio al numero 35 di Boulevard des Capucines.

La mostra, che vide esposte opere tra disegni, acquarelli, oli e pastelli, fu un vero e proprio fallimento. Grazie ad essa il gruppo ebbe il nome con il quale sarebbe passato alla storia. Fu infatti Louis Leroy, critico della rivista satirica “Le Charivari” che, osservando un dipinto di Monet intitolato “Impressione, sole nascente”, scrisse che

“la carta da parati allo stato embrionale è ancora più curata di questo dipinto”

e concluse la sua spietata recensione nominando ironicamente tutti gli artisti del gruppo “impressionisti”.
Il periodo impressionista durò fino al 1886. Già a partire dal 1880 ci furono contrasti ideologici e rivalità artistiche che avevano portato i vari componenti del gruppo a prendere decisioni autonome e partecipare individualmente ai Salons che, con l’evolversi dei gusti, iniziarono ad accettare anche i loro dipinti.

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