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Impressionismo: luce, impressione e rapidità

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L’impressionismo si sviluppa in modo completamente diverso rispetto a tutti i movimenti artistici precedenti.
Consiste in una pittura veloce, dove bisogna rinunciare alla precisione e di conseguenza anche al disegno e alla prospettiva.
I vari aderenti provenivano da formazioni culturali ed esperienze artistiche differenti fra loro e tra le più disperate.

A partire dagli anni Sessanta del XIX secolo, un gruppo di giovani artisti che avevano in comune una gran voglia di fare e una forte insofferenza per la pittura ufficiale del tempo, iniziarono a riunirsi in un locale parigino.
Quello che all’inizio era un ritrovo assolutamente casuale divenne in breve un appuntamento settimanale e in alcuni periodi addirittura giornaliero.
Il caffè, quindi, diventava luogo privilegiato di incontro e di confronto non solo di artisti in cerca di affermazione e visibilità, ma anche di letterati, intellettuali, critici e collezionisti.

Ciò che più conta in ogni rappresentazione è l’impressione che un determinato stimolo esterno suscita nell’artista, il quale partendo dalle proprie sensazioni, coglie la sostanza delle cose e delle situazioni nel continuo tentativo di ricercare l’impressione pura. Viene proposta quindi una giustapposizione di pennellate di colore puro tendenti a restituire a chi osserva la sensazione complessiva del soggetto in questione.

Quello della luce è un altro tema al quale gli impressionisti si dimostrano particolarmente sensibili. La luce infatti determina la percezione dei vari colori e l’esperienze quotidiana insegna che ogni colore appare più o meno scuro in relazione alla quantità di luce che lo colpisce e alla presenza o meno di altri colori che ne esaltino o ne smorzino la vivacità, cercando di cogliere l’attimo fuggente.

Le pennellate non sono più fluide e studiate come avveniva nei dipinti accademici, ma veloci virgole di colore puro date di impulso. I pittori impressionisti prediligevano dipingere “en plein air”, cioè all’aria aperta, dove erano totalmente immersi nella realtà per dipingere il dato naturale.
Questa è la prima grande rottura nei confronti delle accademie, dove i pittori desideravano tornare alle origini (privitivismo) ossia la capacità di togliersi da tutto escludendo cultura e contesto in modo da non farsi condizionare.

Gli impressionisti sono i cantori della Parigi di quel tempo che avevano grossi problemi economici e utilizzavano le loro opere come moneta per acquistare tele o colori. Conservano il tempo nelle loro opere, documentando lo scorrere e il cambiamento del tempo durante la giornata.

La scienza e la tecnologia erano in continua evoluzione. Gli studi e gli esperimenti ottici dell’epoca, primi fra tutti quelli di Michael Eugène Chevreul e di James Clerk Maxwell, sono alla base delle nuove teorie della propagazione della luce e sulla percezione dei colori, mentre l’invenzione della fotografia (1839) e le prime ricerche sulla cinematografia costringono gli artisti a rivedere il proprio ruolo di fronte alla rappresentazione della realtà. Nasce una nuova consapevolezza visiva.

I progressi della chimica aveva reso disponibili i primi colori a olio in tubetto, facili da trasportare e immediati da usare sulla tavolozza. Senza di essi la pittura en plein air non sarebbe stata neanche immaginabile.

L’invenzione della fotografia ha avuto molto successo tra gli impressionisti, perchè spesso si servivano di materiale fotografico per realizzare le loro opere, in modo da aiutarli a cogliere dettagli che l’occhio umano poteva non essere sempre in grado di percepire. I temi trattati nelle loro opere spesso catturavano la natura o i luoghi in cui questi pittori dipingevano o si incontravano. Rappresentavano, inoltre, i bassi fondi delle città.

La prima mostra impressionista

Se fosse necessario dare una data precisa di inizio del movimento impressionista sarebbe il 15 aprile 1874, quando alcuni giovani artisti (tra cui Claude Monet, Edgar Degas, Paul Cézanne, Giuseppe De Nittis), le cui opere erano state ripetutamente rifiutate dalle principali esposizioni universali, i Salons, decisero autonomamente di organizzare una mostra alternativa dei loro lavori.

Si presentarono al pubblico con il nome di “Società anonima degli artisti, pittori, scultori, incisori, ecc” e l’unica sede espositiva adatta alle loro magre finanze era quella messa a disposizione da Felix Nadar, fotografo, ritrattista di personaggi illustri dello spettacolo e dell’arte, che cedette loro gratuitamente i locali del vecchio studio al numero 35 di Boulevard des Capucines.

La mostra, che vide esposte opere tra disegni, acquarelli, oli e pastelli, fu un vero e proprio fallimento. Grazie ad essa il gruppo ebbe il nome con il quale sarebbe passato alla storia. Fu infatti Louis Leroy, critico della rivista satirica “Le Charivari” che, osservando un dipinto di Monet intitolato “Impressione, sole nascente”, scrisse che

“la carta da parati allo stato embrionale è ancora più curata di questo dipinto”

e concluse la sua spietata recensione nominando ironicamente tutti gli artisti del gruppo “impressionisti”.
La breve e intensissima stagione impressionista dura fino al 1886. Già a partire dal 1880 ci furono contrasti ideologici e rivalità artistiche che avevano portato i vari componenti del gruppo a prendere decisioni autonome e partecipare individualmente ai Salons che, con l’evolversi dei gusti, iniziarono ad accettare anche i loro dipinti.

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