Profondità di campo ♦ s. f. [dal lat. tardo profundĭtas -atis, der. di profundus «profondo»]. In cinematografia e fotografia, la p. di c., o profondità di fuoco (ingl. depth of field), è la distanza tra il punto più vicino e il punto più lontano (rispetto all’apparecchio da ripresa) della scena inquadrata che appaiono nitidi sul piano focale e quindi sulla pellicola. In generale la p. di c. è tanto maggiore quanto minore è l’apertura del diaframma dell’obiettivo e la sua lunghezza focale, e quanto maggiore è la distanza di ripresa. Essa non va confusa con la profondità del campo che riguarda, invece, l’organizzazione dello spazio profilmico (ovvero di tutto ciò che sta davanti alla macchina da presa: v. profilmico) e la disposizione di elementi scenografici, oggetti e personaggi in modo tale da dare a questo stesso spazio una certa profondità. Attraverso l’applicazione di una tecnica determinata da diversi parametri e denominata panfocus (ingl. deep focus) la p. di c. si può aumentare per consentire la perfetta messa a fuoco dei diversi strati (l’avampiano, il piano intermedio e lo sfondo) su cui può costituirsi un’inquadratura.

Quali elementi desideriamo a fuoco nella ripresa oppure nel fotogramma?

Il primo passo importante da fare è quello di impostare la macchina fotografica/videocamera con il giusto rapporto tempodiaframma e, quindi, avere il soggetto principale perfettamente a fuoco.

Giocando con questa tecnica è possibile sfocare uno sfondo che distrae oppure far notare al target ogni singolo dettaglio della scena.

Profondità di campo

L’utilizzo della messa a fuoco selettiva permette di attirare l’attenzione dell’osservatore in un punto nitido ben preciso.

Durante la messa a fuco il piano focale, cioè la parte a fuoco, ha un’estensione variabile davanti e dietro al punto di massima nitidezza. La profondità di campo, quindi, è quest’area a fuoco.

Caratteristiche tecniche: alta o bassa profondità di campo?

Profondità di campo

La profondità di campo è legata alle dimensioni del sensore, alla lunghezza focale, al diametro e all’apertura dei diaframmi dell’obiettivo e alla distanza tra fotografo e soggetto da fotografare.

Più grande è il sensore (macchine fotografiche Full Frame 35 mm), più bassa sarà la profondità di campo e maggiori saranno le possibilità di una messa a fuoco selettiva.

Una lunghezza focale maggiore produce una bassa profondità di campo, dove il soggetto deve essere molto vicino.

Le macchine fotografiche/videocamere con sensori di dimensioni ridotte hanno un’alta profondità di campo, a meno che la lunghezza focale non venga aumentata al massimo con lo zoom per avvicinare il soggetto.

I fattori determinanti

La regolazione principale della profondità di campo è il controllo del diaframma dell’obiettivo.

Profondità di campo
Con un’apertura chiusa (f/22), il diametro dell’obiettivo si riduce e aumenta l’area dell’immagine a fuoco, ottenendo quindi una profondità di campo alta.

Se l’obiettivo utilizzato è il grandangolare, maggiori saranno le probabilità di tenere tutto a fuoco anche con un diaframma chiuso.

Profondità di campo

Con un’apertura aperta (f/5.6), l’obiettivo è molto luminoso e l’area dell’immagine a fuoco diminuisce, ottenendo una profondità di campo bassa.

La profondità di campo, inoltre, viene influenzata dai tempi di esposizione, perché se viene cambiata la velocità dell’otturatore sarà necessario modificare l’apertura, per compensare la quantità di luce che arriva nel sensore.

L’effetto Bokeh

Con una bassa profondità di campo aumentano le aree sfocate morbide e naturali in una scena/fotogramma.

Le luci, in queste aree, creano forme circolari che hanno la forma delle lamelle dell’obiettivo usato. Queste forme vengono chiamate Bokeh, dal giapponese “sfocatura”, le quali descrivono la qualità soggettiva più che la qualità oggettiva di sfocatura.

Alcuni limiti

Le leggi della fisica impongono dei limiti alla profondità di campo. Essi si notano soprattutto nei close-up.

Profondità di campo
Più l’obiettivo è vicino al soggetto da fotografare, meno sarà presente la profondità di campo.

Spesso è difficile ottenere interamente a fuoco uno scatto fotografico con un normale obiettivo.

La possibilità è quella di combinare più scatti, come nei collage.

Meno nota è la tecnica del fuoco composito “focus stacking”: il software unisce le porzioni più nitide di una serie di fotogrammi con punti di messa fuoco differenti e, quindi, realizzati nella stessa posizione, mediante l’utilizzo di un cavalletto.

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